Il giardino delle parole: quando l’estetica fa tutto il lavoro e la storia passa in secondo piano [Analisi]

Quello di cui vorrei parlare oggi, utilizzando come catalizzatore del discorso il film che ritengo essere attualmente il capolavoro di Makoto Shinkai, è la seccante e immeritata egemonia della trama in qualsiasi discorso che coinvolga una determinata opera cinematografica (televisiva compresa). Chiarisco subito che la disamina sul film in questione seguirà ad un non troppo corposo, spero, preambolo. Vi invito di conseguenza a saltare questa prima parte, se foste interessati unicamente al film.

DISTRUGGIAMO L’EGEMONIA DELLA TRAMA
Volendo partire da solide basi, prima di tutto ritengo essenziale fare ordine e chiarezza declinando in maniera un minimo rigorosa che cosa si intenda per “trama”. Appelliamoci al Treccani (che invito a consultare per una maggiore precisione) e prendiamo un frammento sotto alla relativa voce in modo da esemplificarne il significato. Dunque, dicasi trama: “L’intreccio, la linea essenziale di svolgimento dei fatti più importanti che costituiscono l’argomento di un’opera narrativa, teatrale, cinematografica o televisiva”. Avendo ora più chiaro di cosa si stia parlando, voglio che vi rendiate conto di quanto sia una tendenza fattuale, tangibile all’interno delle community. Se siete assidui frequentatori di forum, gruppi, o simili relativi all’animazione o al cinema in generale, vi sarete sicuramente resi conto di come la stragrande maggioranza delle discussioni su una qualsiasi opera ruotino sempre intorno a questa inflazionatissima trama. Nondimeno, ciò accade probabilmente anche nelle discussioni coi vostri amici e conoscenti, non soltanto negli amabili battibecchi tra sconosciuti nel mondo internettiano. Generalmente quando si chiede consiglio su una serie o un film da guardare la fatidica domanda da un milione di dollari è sempre: “di cosa parla?”
Raramente a qualcuno interessa qualcosa su chi abbia diretto l’opera in questione, su chi sia il direttore della fotografia, o se in generale il film abbia dei meriti in tal senso. Il grosso peso decisionale lo ricopre sempre la storia. Intendiamoci, non che l’intreccio e lo svolgimento delle vicende siano qualcosa di poca importanza. Quello che ci tengo a sottolineare, però, è che in un media AUDIOVISIVO come il cinema (sottintendo anche la televisione) vi sono molteplici fattori che concorrono a mettere insieme una narrazione meritevole e non necessariamente la mera sequenza di accadimenti. Nel cinema la forma è inevitabilmente contenuto, non è solo un contorno o una cornice, talvolta è parte integrante o addirittura totalizzante del potenziale espressivo di un film.
Facciamo un piccolo esperimento mentale e immaginiamo la seguente scena:

Tizio X camminando distrattamente urta Y e i due si fermano momentaneamente uno di fronte all’altro

Questa sequenza può non essere un accadimento importante, rilevante o sensazionale all’interno di una storia, ma la messa in scena di tale evento si esprime mediante la partecipazione di una marea di fattori: da una parte visivi (regia, montaggio, fotografia) dall’altra uditivi(colonna sonora, comprensiva di ogni singolo suono ovviamente, non solo le musiche). La collisione di X e Y è solo un fatto, che a seconda della narrazione può essere anche di terziaria importanza nell’insieme degli avvenimenti, ma è la messa in scena complessiva a dare sostanza all’atto. In questo senso, essa può essere una scena insignificante nell’economia della storia, ma resa in maniera magnifica a tal punto da far dimenticare della sua effettiva importanza, o diventando importante non per il peso all’interno dell’intreccio, bensì per un merito puramente espressivo. Può non cambiare niente o essere totalmente slegata dall’avanzamento del racconto, ma carica allo stesso tempo di enorme forza espressiva e comunicativa, che sia per passare allo spettatore un messaggio attinente ai temi trattati o uno stato d’animo concernente la situazione.
Non è abbastanza chiaro? Concretizziamo maggiormente l’esempio.

Aggiungiamo qualche caratteristica a X sconosciuta allo spettatore, ma nota allo scrittore, e mettiamo caso che X, il nostro personaggio generico, sia un individuo estremamente timido, insicuro e chiuso in se stesso.

A questo punto può essere interessante far emergere i tratti del suo carattere in seguito a questo evento secondario con qualche gioco di inquadrature e il linguaggio del corpo. Per esempio, con un primo piano sul suo volto enfatizzandone lo sguardo rivolto a terra nel tentativo di chiedere scusa a Y, mostrandolo nel tentativo di evitare il contatto visivo spostando frequentemente lo sguardo, magari anche con le mani in tasca, facendolo parlare con voce esitante e stentata.
Ci sono poi anche precise tipologie di inquadratura studiate appositamente per trasmettere allo spettatore una sensazione specifica, ad esempio inquadrando il soggetto X dall’alto, magari con una soggettiva dalla prospettiva di Y, in modo da mettere in evidenza quanto egli sia (o si senta) “piccolo” in una determinata situazione; o ancora lasciando poco spazio alla sua “Looking Room”, sostanzialmente lo spazio tra il soggetto nella direzione del suo sguardo e la fine dell’inquadratura.
Lo stesso Shinkai molto spesso decide di inquadrare solo mezza figura in una sorta di piano medio in cui taglia, però, fuori la testa e concentra l’attenzione sul linguaggio del corpo di mani, braccia e gambe. Oltretutto nell’animazione in particolare si può giocare tantissimo con delle stramberie, magari inserendo degli sfondi studiati per aumentare l’idea di disagio (tecnica molto ricorrente ad esempio in “Welcome to the N.H.K”). Le possibilità sono comunque infinite e non ha troppo senso soffermarci più a lungo in questa sorta di esperimento mentale. L’importante era chiarire come da un semplicissimo evento di pochi secondi, irrilevante ai fini del proseguimento della vicenda, si possa comunicare moltissimo e, per esempio, consentire allo spettatore di entrare nella psiche di un dato personaggio.
Tutto ciò non è riducibile ad un mero discorso di trama.
Descrivendo un’opera limitandosi a raccontarne la trama con il classico accenno privo di spoiler, talvolta si finisce con lo sminuirne involontariamente il valore o comunque di non renderle in minima parte giustizia. Serie anime (per giocare in casa) la cui bellezza verrebbe completamente svilita e mal resa dal semplice racconto schematico delle vicende sono ad esempio: “Texhnolyze”, “Cowboy Bebop”, “Kino no Tabi” (la serie del 2003 di cui ho scritto qualcosina qui), “Paranoia Agent”, “Boogiepop Phantom” e innumerevoli altre.

Vi è mai capitato di raccontare a qualcuno la vostra scena preferita di un film visto di recente e restare delusi dal poco entusiasmo evidente sul volto del vostro interlocutore? Questo succede ovviamente perché probabilmente lui non saprà nulla di ciò di cui si sta parlando, se non l’estratto di riferimento o qualche veloce chiarificazione da voi precedentemente fatta, ma soprattutto perché raccontare a voce una scena descrivendone in maniera schematica la sequenza di avvenimenti la priva quasi totalmente della sua carica emotiva e della sua potenza espressivo-visiva.
Riflettendo poi sulle motivazioni che vi spingono ad apprezzare i vostri film/serie preferiti, vi renderete conto di come non necessariamente essi presentino degli intrecci narrativi complessi o delle storie particolarmente originali. Invece, è tranquillamente possibile che abbiate apprezzato delle storie fondamentalmente semplici dove, detta in maniera poco sofisticata, non succede quasi nulla, proprio perché la loro bellezza non risiede (solamente) nella trama.

Subito dietro al dominio incontrastato della trama abbiamo quello dei dialoghi e delle spiegazioni esplicite, i cosiddetti “spiegoni”, che spesso si rivelano ridondanti laddove l’autore è in grado di comunicare tutto ciò che desidera utilizzando in maniera efficace la grammatica del linguaggio a sua disposizione. Le parole non sempre sono necessarie, soprattutto nel cinema, e possono essere abilmente sostituite da un’inquadratura sapientemente studiata.

A tal proposito porto un esempio che potrebbe far storcere il naso:
In “Jin-Roh uomini e lupi” nelle fasi finali vi è una scena importate a seguito del principale colpo di scena in cui uno dei personaggi pronuncia la seguente frase:
“Noi non siamo uomini travestiti da cani. Noi siamo lupi travestiti da esseri umani”.
Non sono mai stato un fan di questa sua uscita, perché il film aveva comunicato splendidamente queste esatte parole senza bisogno di dirle ad alta voce. Personalmente, infatti, le avevo già in testa ben prima che venissero dette esplicitamente, non a caso il film alterna spesso alle vicende vere e proprie inquadrature simboliche di un branco di lupi.

Le ragioni dietro questa tendenza non mi sono chiarissime e nemmeno di immediato interesse ai fini di questo discorso, voglio però azzardare un paio di possibili ragioni.

In primo luogo, credo derivi dalla maggior immediatezza e familiarità che si ha quando ci si rifà all’idea di un racconto. A prescindere dal media di riferimento (cinema, serie tv, narrativa classica, teatro, visual novel, fumetto eccetera) ciò a cui si fa quasi sempre riferimento al di là delle peculiarità di ogni mezzo è una storia, una narrazione. Credo sia possibile, di conseguenza, che esso sia l’elemento immediatamente più familiare e ricercato, essendo appunto quello a cui siamo più abituati.

Un’altra possibile spiegazione potrebbe essere l’apparente maggior facilità e trasporto con cui si può discutere dello sviluppo di una trama piuttosto che dell’estetica di un’opera filmica. Per quanto vi siano numerosi studi e tecnicismi anche nell’ambito della pura narrativa, sembra essere in superficie un terreno più facilmente approcciabile e alla portata di tutti.

Questo comunque è un discorso potenzialmente altrettanto ampio, ma che qui si esaurirà brevemente in se stesso perché ho intenzione di liquidarlo in maniera piuttosto celere e semplice, perlomeno in questa sede, altrimenti non si arriverebbe più al “dunque” di questo articolo.

IL GIARDINO DELLE PAROLE: IL CAMPIONE PER CONTRASTARE QUESTO FENOMENO
Ma cominciamo finalmente a parlare del film, partendo con due dovute righe di presentazione, dopo un preambolo che potrebbe addirittura essere più lungo del commento vero e proprio.

“Il giardino delle parole” diretto, scritto e concepito dal buon Makoto Shinkai, uscito in giappone nel 2013, è definibile a tutti gli effetti come un mediometraggio vista la sua durata di 46 minuti. “film” potrebbe stargli un po’ stretto, ma senza fare troppo i pignoli sulla terminologia corretta, chiamiamolo così in quanto termine decisamente più appetibile.
Ho scelto di usare la pellicola di Makoto come campione e portavoce del mio discorso precedente perché ritengo sia un perfetto compromesso, ovvero un’opera esplicativa dell’importanza del lato visivo, e allo stesso tempo relativamente semplice e conosciuta. Sarebbe stato forse più interessante analizzare quello che sul versante anime è ciò che più si avvicina ad una totale sottomissione della trama rispetto all’estetica, che è probabilmente il bellissimo “Tenshi no tamago” del vecchio Mamoru Oshii, ma oltre ad essere un lungometraggio profondamente criptico e complesso, quindi decisamente più difficile da analizzare, avrebbe finito con il rendere ancor più astratto il discorso che sto portando in campo, essendo un film pressappoco sconosciuto al grande pubblico. Viceversa, il Giardino delle parole è evidentemente più noto.

Secondo la mia modestissima, e dal valore nullo, opinione, Il giardino delle parole è il punto più alto ad oggi toccato nella carriera di Shinkai, ergo, il suo capolavoro. Sì, più bello di Your Name.
E sono soprattutto convinto che sul piano puramente estetico sia il più maturo e studiato del buon Makoto. Un’ottima direzione artistica la si nota facilmente anche nei suoi altri film, ma qui dimostra una coerenza e una sobrietà che forse non riuscirà più a replicare.

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Dovessi descrivere il Giardino (da ora lo abbrevierò così) con una sola parola, direi:“Verde”. Il verde è a tutti gli effetti il colore dominante dell’intera opera.
La natura è verde (strano, vero?), il giardino è verde, la città è verde, i vestiti, i capelli dei protagonisti, le pozzanghere lasciate dalla pioggia hanno tutti in comune delle bellissime sfumature di verde. Ok, detta così sembra quasi che non ci siano altri colori, però vi assicuro che l’idea che vi si è creata in testa leggendo queste righe, e dando un’occhiata alle immagini, non è così lontana dalla realtà. In ogni ambiente e in ogni personaggio durante il film vi è sempre un richiamo al colore verde, che siano riflessi, giochi di luce o qualsiasi altro escamotage. Ovviamente di intensità e gradazioni differenti. Tutta l’ambientazione del film risulta essere incredibilmente evocativa, grazie alla maniacale cura per ogni singolo dettaglio a schermo.
Credo che lo scopo di questa scelta sia strettamente legato al tentativo di mettere in scena una Tokyo moderna la cui bellezza risiede nell’armonia tra il mondo urbano e quello naturale. Il verde infatti richiama nell’immaginario collettivo immediatamente la natura, ed è sicuramente significativo il modo in cui sia la città che i suoi abitanti vengano resi partecipi da un punto di vista visivo dello stesso colore. C’è da considerare in aggiunta anche l’ottimo comparto sonoro, indispensabile vista la quasi costante presenza della pioggia, che riesce a collimare perfettamente con l’atmosfera della situazione passando da momenti di sottofondo a momenti di assordante protagonismo.
Emblematica in quest’ottica è una dichiarazione dello stesso Makoto:

“The very first idea I wanted to put into this anime was that of modern Tokyo, just the daily scenery that I see, and snapshots of the beautiful town that I live in”

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Tenendo a mente la ragion d’essere delle scelte visive del regista, non dimentichiamoci che comunque il film una sua storia ce l’ha. Non siamo davanti ad un nuovo Tenshi no Tamago, mi preme sottolinearlo più volte. Anzi, la narrativa di questo film mantiene diversi punti di contatto con i lavori precedenti. Non è difficile rendersi conto di quale mente vi sia dietro la stesura della sceneggiatura. Shinkai non è mai stato, e tutt’ora non è, uno scrittore brillante. Certo, riesce a sempre a dare fascino ai suoi racconti, ma ha la brutta tendenza a uscire fuori dai binari preposti, stratificando su più livelli la narrazione e ampliandola ben oltre il suo controllo. Il risultato è che spesso si formano sottotrame di relativa importanza, si articola il world building e si ramifica la storia, ma in maniera vaga visti i tempi ristretti di un lungometraggio e purtroppo a risentirne è il filone principale. Esempi lampanti sono il suo film d’esordio “Oltre le nuvole” la cui sceneggiatura è estremamente grezza e problematica, nonostante il film sia comunque apprezzabile sotto altri punti di vista, e il nuovissimo “Your Name”, in cui l’aggiunta di sfiziosi dettagli ad arricchire il contesto della vicenda vanno a discapito dello sviluppo del racconto, che prosegue nella giusta direzione malgrado alcune ingenuità e grosse forzature narrative. Sarà forse un’opinione un po’ impopolare, ma sono fermamente convinto che il meglio di sé Makoto lo abbia dato nei cortometraggi, dove a parlare sono soprattutto le immagini e le storie non si smarriscono nelle ambizioni dell’autore. (Ciò detto, rimane un regista che apprezzo davvero tanto e i suoi lavori sono sempre una gioia per gli occhi, soprattutto se goduti al cinema)
Il Giardino da questo punto di vista non risente di grossi problemi di scrittura, essendo alla base una storia decisamente più sobria e modesta. Potremmo dire senza grosse pretese. La sua bellezza risiede proprio nella semplicità: non servono né una storia sensazionale né una fotografia eccessivamente pomposa a renderne la bellezza. Non c’è bisogno di enormi e appariscenti panoramiche in time lapse (non che siano assenti) quando hai un’estetica coerente e finalizzata rispondere a esigenze di significato, infatti il protagonista assoluto di quest’opera è il piccolo gazebo in mezzo alla natura, punto d’incontro fondamentale dei personaggi nel corso della vicenda.

FOCUS ON SULLA SEQUENZA DI APERTURA
Per essere ancora più chiaro, evitando comunque spoiler a chiunque non lo avesse ancora visto, ritengo possa essere interessante entrare insieme all’interno del film analizzando nel dettaglio la prima scena, ovvero l’incontro tra Takao e Yukino.

Il film inizia con il nostro protagonista, Takao, che assume temporaneamente le veci della voce narrante per introdurci con parole un po’ vaghe e malinconiche alla vicenda cui andremo ad assistere. Ce ne parla al passato e nel mentre a schermo lo vediamo muoversi sotto la pioggia all’interno di Tokyo, prima tramite mezzi pubblici, poi a piedi. La sua destinazione è ovviamente il famoso giardino.

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Sicuramente è interessante notare come durante l’allontanamento dal contesto cittadino vengano sempre meno le ampie inquadrature che ritraggono la grandezza della città mostrandone l’affollamento e la caoticità, in favore di un avvicinamento progressivo al protagonista e al giardino in un rapporto più intimo e personale (salvo mostrarcelo un paio di volte da prospettive distanti per evidenziare come, nonostante tutto, il giardino sia perfettamente inserito e integrato all’ambiente urbano). Diventa evidente come la natura sia in quel momento in un rapporto di maggiore intimità con il nostro Takao rispetto alla città.

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– Ed ecco che si entra all’interno del parco e il protagonista passeggia in direzione del gazebo
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– Abbiamo dunque una soggettiva e tramite gli occhi di Takao vediamo per la prima volta Yukino.
In questo momento stiamo osservando con i suoi occhi e non caso la prima cosa che il suo sguardo incontra sono le scarpe della donna, solo in seguito il suo volto.
Lì per lì è un dettaglio che può sfuggire, ma pochi istanti dopo viene fatta ulteriore chiarezza sulle motivazioni.

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Arriva allo spettatore quella che chiameremo Informazione numero 1:
L’attenzione di Takao si è rivolta sulle scarpe di Yukino prima ancora che sul suo volto, come mai?

– Arrivato sotto al gazebo, tira fuori un quaderno in cui notiamo il disegno di un paio di scarpe con annessi appunti, e si ripetono le soggettive indirizzate verso quelle indossate da Yukino.
Diventa chiaro che l’interesse verso le scarpe emerso poche inquadrature prima non è casuale.

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Informazione numero 2: Takao è chiaramente appassionato di scarpe e non in maniera disinteressata vista la professionalità con cui sta disegnando quello che pare a tutti gli effetti essere un progetto.

– Dopo aver osservato sufficientemente le scarpe, lo sguardo di Takao si alza e inizia ad osservare l’intera figura della donna che ha davanti. Lui stesso nota un dettaglio molto particolare: Yukino ha birra e cioccolata con sé. Un’accoppiata piuttosto atipica, ma che può avere alla base una motivazione precisa.

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Informazione numero 3: Yukino non deve star passando un bel periodo. Sia la cioccolata che la birra possono essere tipiche valvole di sfogo, un tentativo di distrarsi da parte di qualcuno sottoposto a un forte stress.

– Poco dopo a Takao cade la gomma per terra, Yukino lo aiuta a raccoglierla e il ragazzo le domanda se per caso si fossero mai visti prima di allora.
Yukino risponde di no, ma non è completamente convinta.

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– Incuriosita, osserva attentamente il ragazzo.
Abbiamo un primo piano sugli occhi di lei a far intendere che il suo sguardo si sta focalizzando su qualcosa e a seguire una soggettiva, questa volta dalla prospettiva di Yukino, in cui l’attenzione viene portata sul vestiario del ragazzo. In particolare rimane un momento colpita alla vista dello stemma su quella che pare essere una divisa scolastica di qualche istituto giapponese a lei noto.
A questo punto ritorna sui suoi passi e contraddice la sua precedente risposta:
”forse hai ragione”

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Informazione numero 4: per qualche motivo ancora oscuro lei ha riconosciuto il simbolo sul suo gilet, quindi deve essere in qualche modo collegata alla sua scuola. Non si sa in che modo, ma a giudicare dalla reazione sembra essere qualcosa di importante.

– La scena si conclude con Yukino intenta ad andarsene sulle note di una dolce melodia, ma che prima saluta Takao con la nota citazione il cui significato tormenterà il protagonista per buona parte del film:
”Il rombo del tuono nel cielo nuvoloso forse pioverà e, quando accadrà resterai con me?”

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Così si conclude il loro primo incontro, in una scena durata meno di 4 minuti in cui non succede praticamente niente e nella quale quasi non vi è alcun dialogo, ma che riesce ad essere ricca di informazioni sui personaggi appena presentati grazie alla capacità comunicativa dell’immagine. Non c’era bisogno che venisse detto null’altro, perché sia l’ambientazione che i personaggi in quell’apparente silenzio stavano trasmettendo molto più di quanto avrebbero potuto fare a parole.
Se ritorniamo al discorso iniziale, come potrei descrivere questa scena in termini di trama, senza l’uso di immagini e senza far riferimento alle singole inquadrature?
De facto, che è successo?
Si sono incontrati sotto un Gazebo, si sono brevemente osservati e poi lei è andata via.
A dare sostanza all’evento è la messa in scena, di per sé non è avvenuto nulla.
Non è possibile descrivere la bellezza incredibile di questo parco immerso nel verde o dello scambio fugace di sguardi e parole tra i due senza render conto a TUTTI gli elementi che compongono la scena di riferimento.

CONCLUSIONI
Nonostante tutti i limiti tecnici dovuti alla forma scritta di questo articolo, ma anche in buona misura alla mia totale incapacità di utilizzare il mezzo, spero si sia potuto notare, nei limiti del possibile, il particolare e funzionale utilizzo dei colori di cui ho parlato poco sopra.
Certamente gli screenshots possono essere un minimo esplicativi e d’appoggio alle sole parole, ma vedere il film di persona fa sicuramente un altro effetto. D’altra parte era di mio interesse tentare di accedere un po’ di interesse nel lettore senza parlare (o quasi) della trama, sia mai possa aver incuriosito qualcuno a vedersi un’opera di cui non conosce neanche un accenno di storia. Vi invito caldamente a dargli una possibilità, nel caso non lo abbiate già visto, e mi auguro per tutti gli altri di essere riuscito a comunicare almeno in parte ciò che mi ero prefissato come obiettivo in partenza.

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