Kino no Tabi: il mondo è davvero così meraviglioso? [Recensione]

In questo articolo voglio portare alla luce qualche riflessione su un anime il cui nome ultimamente potrebbe essere giunto alle vostre orecchie, considerando la relativamente recente uscita del remake nella stagione autunnale del 2017. Sto parlando di “Kino no Tabi”, noto anche come “I viaggi di Kino”. Serie andata in onda nel 2003 e diretta dal grande Ryutaru Nakamura, per intenderci il regista di “Serial Experiments Lain”, con il quale la serie condivide diverse scelte estetiche di cui parleremo dopo, e tratta dalla light novel di Keichi Sigsawa, lo stesso autore della forse più famosa novel “Sword Art Online Alternative Gun Gale Online”, anch’essa recentemente adattata a serie animata.

Voglio spendere due paroline rapide sulla trama per passare poi ad un discorso più completo in cui spiegherò cosa sia e cosa voglia raccontare Kino no tabi.

LA STORIA

La trama è piuttosto semplice, complice la struttura narrativa episodica che costituisce l’intera serie. Racconta le avventure di una giovane viaggiatrice, Kino, e della sua motocicletta parlante, Hermes. Ogni episodio narra di una o più tappe del lungo e probabilmente interminabile viaggio che la protagonista sta compiendo. È importante da questo punto di vista capire che la vicenda parte in medias res: non c’è un vero e proprio starting point e nemmeno propriamente uno di arrivo, se li si intende come inizio e conclusione del viaggio o punto di partenza e destinazione conclusiva. Immaginatevi una retta, quindi per definizione senza alcun inizio e senza alcuna fine. Da essa ricavateci un segmento. A questo punto possiamo pensare alla retta come la rappresentazione degli interminabili viaggi di Kino, mentre il segmento corrisponde alla parte raccontata nell’anime. L’inizio del segmento non coincide con l’inizio delle sue avventure, né tantomeno la fine con quella dei suoi viaggi. Ad ogni modo, le tappe di cui parlavo poc’anzi sono i cosiddetti “paesi”. Non fatevi ingannare dal nome, bisogna dissociarsi dal convenzionale significato del termine, poiché ognuno di essi è sostanzialmente un mondo a sé. Cosa intendo? Beh, diciamo che a prescindere dalla distanza spaziale percorsa o dal tempo impiegato da Kino a spostarsi da un luogo all’altro, essi costituiscono tanti ecosistemi indipendenti, tra di loro differenti per cultura, tradizioni, usanze, epoca storica, sviluppo tecnologico e sistema politico. Potremmo dire che la coerenza dell’ambientazione nella sua totalità non rientri assolutamente tra gli obiettivi della serie. Di fatto, ogni luogo visitato dai protagonisti, la cui permanenza sarà sempre di soli tre giorni per motivi chiariti in corso d’opera, consiste in un unicum, le cui dinamiche sociali, e in generale le più disparate caratteristiche del caso, costituiscono un pretesto narrativo, un mezzo, per mettere in scena delle riflessioni sull’essere umano e le sue contraddizioni.

I TEMI

L’opera è in generale una decisa e cinica critica a quella tendenza tipicamente umana di costruire nella propria testa degli “idòla”, prendendo in prestito il termine baconiano. Delle illusioni, dei fantasmi, delle convinzioni fittizie basate sulla limitata esperienza del proprio punto di vista, le quali si trasformano poi in preconcetti e pregiudizi originando le nostre cosiddette “verità assolute”: quelle certezze indissolubili facenti parte in una data misura della nostra identità personale come singoli e culturale come popolo.
Come ho accennato precedentemente, ogni paese è un mondo a sé. Per chiarire meglio le idee: un paese potrà essere tecnologicamente avanzatissimo e i suoi abitanti completamente schiavi della scienza, un altro arretrato e fortemente religioso, in un altro ancora potrà essere legale ed eticamente accettato l’omicidio, e via dicendo, con ulteriori situazioni talvolta grottesche e al limite dell’assurdo. Di fatto, però, non sono mai fantasie fini a se stesse, sono sempre manifestazione più o meno esplicita di atteggiamenti e di tendenze comportamentali-ideologiche percepibili vividamente nel nostro presente, in chi ci circonda e in noi stessi. L’esagerare in maniera vivace delle caratteristiche fattuali della nostra società risulta enormemente efficace quando si tratta di permettere allo spettatore di interfacciarsi con un dilemma morale, perché nell’atto di relazionarsi insieme a Kino ed Hermes a queste realtà egli è partecipe di sensazioni contrastanti di familiarità ed estraneità, finendo con il sentirsi più vicino di quanto avrebbe immaginato a quelle situazioni così paradossali e iperboliche.
Gli esempi fatti poco sopra non sono necessariamente presenti nella serie, ma rendono più comprensibile l’intero discorso dandogli un velo di concretezza ed esplicando maggiormente la definizione di “paese” precedentemente data evitando, comunque, spoiler di alcun tipo.
Nel contesto di Kino no Tabi è molto interessante il personaggio di Kino, la quale si muove all’interno di ogni realtà con il solo fine di viaggiare e di conoscere. Questa sua volontà la porta a relazionarsi in maniera piuttosto aperta e amorale (anche se con i limiti di un qualunque essere umano) con i vari mondi che incontrerà sul suo cammino. Il suo non è uno sguardo giudicante, essendo proprio tema fondamentale della serie l’impossibilità di formulare giudizi assoluti. Lei cerca piuttosto di comprendere appieno il luogo in cui si trova e le persone che lo abitano. È più uno sguardo distaccato e disilluso, avulso dal legame con la vita delle comunità che visita, dovuto al suo essere libera e in continuo divenire vista la natura di viaggiatrice. Un distacco pienamente funzionale, poiché permette di sottolineare un evidente contrasto tra il suo sguardo permeato dal disincanto, quindi alla base più obiettivo, e l’attaccamento degli abitanti alla loro normalità, alle loro fisime e al loro piccolo e parziale punto di vista sulla realtà e sul mondo. Inutile dire quanto ciò riesca a evidenziare le irrazionalità, le insensatezze e le contraddizioni di ogni luogo visitato. Kino no tabi vuole mostrare attraverso gli occhi della sua protagonista quanto talvolta siano assurde, fragili e deleterie le verità che ogni essere umano si costruisce per vivere; quanto sia disposto ad accettare un’esistenza che non gli è propria pur di crearsi l’illusione di star vivendo per uno scopo. Un fallace senso di appartenenza potremmo definirlo.

 Emblematica da questo punto di vista è la stessa Kino, ma lascio a voi che guarderete la serie le riflessioni in merito per due motivi.
In primo luogo, non ritengo sia un lavoro semplice quello di sviscerare la personalità della protagonista senza ricorrere ad esempi pratici che potrebbero rovinarvi la visione.
In secondo luogo, sono convinto che uno degli aspetti più interessanti dell’anime sia proprio tentare di osservarla di riflesso con uno sguardo della stessa natura di quello da lei rivolto, almeno nelle intenzioni, ai paesi visitati.

I fantasmi (le convinzioni e le verità assolute di cui parlavo prima) di cui riusciamo a prendere coscienza si palesano in tutta la loro inconsistenza come vincoli autoimposti. Sono molto fragili ad uno sguardo esterno, dato che esso si rende conto di quanto il solo essere nati in un luogo differente, l’essere partecipe di una cultura piuttosto che di un’altra, o l’aver ricevuto un’educazione diversa influisca sull’identità e sulle verità individuali a tal punto da implicare la formazione di dogmi e costrizioni mentali talmente solidi da determinare poi in maniera radicale la prospettiva sul mondo di ogni individuo. Si percepisce un attacco di nietzschiana memoria al valore oggettivo della morale e della verità. Ogni paese ha infatti una sua “normalità”, la quale può essere l’esatto opposto di quella che intendiamo noi o di quella intesa da un altro paese ancora. Ed è dall’incontro di queste normalità e Kino che hanno origine i diversi temi e le innumerevoli riflessioni in cui verranno coinvolti tanto i protagonisti quanto noi spettatori. La discussione intorno a ciò che si possa o meno intendere come verità è in realtà quanto di più generale si possa trarre da una serie come questa. Ogni episodio andrebbe trattato singolarmente perché mette in scena riflessioni su temi differenti, spaziando in maniera encomiabile tra diversi generi, tutti però sempre riconducibili allo stesso filo conduttore: l’essere umano e alla sua esistenza.
Citando la protagonista stessa:

il mondo non è bellissimo, è per questo che lo è”.
Il bello del negativo e dell’imperfezione, no?

A seconda della prospettiva e dell’occhio di chi osserva, nella serie vi si può cogliere una vena di positività. Una volta liberati dai vincoli creatisi su deleterie e fuorvianti illusioni si può tentare di osservare il mondo con occhi diversi, forse con uno sguardo più maturo. Anche se potrebbero sempre trattarsi di illusioni, ma questa volta con una valenza più positiva.
Kino no tabi è l’assassinio degli assolutismi. Una serie che mostra in maniera brillante quanto sia insensata la vita dell’essere umano, descrivendola come una realtà intrisa di stoltezza e follia, ma che in essi trova motivo di fascino e meraviglia. Un’analisi più approfondita di ogni singolo paese o episodio è sicuramente tra gli obiettivi di questo blog. Tempo e volontà permettendo, in futuro riprenderò il discorso su Kino no Tabi con la dovuta attenzione al particolare.

LA FORMA

Il regista, Ryutaru Nakamura, come ho già accennato ha diretto anche Serial Experiments Lain, nella quale ha lavorato insieme a Yoshitoshi ABe. Potreste averlo già sentito nominare, in quanto è è una delle menti creative dietro a “Texhnolyze”, un’altra grandissima serie di genere sperimentale. Insomma, Kino no tabi si porta dietro un regista le cui tendenze artistiche e stilistiche sono ben evidenti. Di fatto, le somiglianze e i punti in comune tra questi tre meravigliosi prodotti d’animazione nipponica sono innumerevoli e dal forte valore aggiunto.
La regia è semplice, quadrata, in maniera funzionale al ritmo della narrazione. Non ci sono grandi virtuosismi e il ritmo rimane costantemente lento, scandito da un montaggio che ne ricalca alla perfezione i toni. L’anime si prende il suo tempo sia all’interno dei paesi sia nei momenti dedicati al viaggio vero e proprio, in cui mostra ambientazioni minimali, per certi versi anonime, con una fotografia dai tratti surreali che ricorda molto l’estetica degli episodi finali di Texhnolyze (uscito lo stesso anno). In questo modo gli ambienti sono spogliati del loro vitalismo, in senso figurato ovviamente, per conformarsi anch’essi ai toni e allo spirito della serie. Nel processo sono complici anche i colori spenti e freddi, sempre sulla falsa riga di Lain e Texhnolyze. Le ost, invece, non sono tantissime ma tutte degne di nota. In particolare a, mio avviso, la ending ricopre in maniera eccellente la sua funzione di chiusura della puntata, solitamente al seguito di un’autorivelazione determinante.

Conclusioni

Questo breve commento dove provo a spiegare i motivi per cui reputo kino no tabi una grandissima serie è giunto al termine. Voglio solo aggiungere un paio di postille informative.
Nel caso foste interessati, come già accennato, ho intenzione di portare un’analisi più approfondita di ogni singolo episodio, dove cercherò di mettere in evidenza tutte le principali tematiche e peculiarità della puntata in questione. Se avete qualche domanda o avete già visto la serie e volete parlarne o non siete d’accordo con ciò che ho detto, lasciate pure un commento o contattatemi ad uno dei canali nella sezione “contatti”.

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