Vale la pena guardare Megalo Box? [ANALISI]

A questa domanda non esiste una risposta univoca, probabilmente ne esistono tante quante sono le persone ad averlo visto. Nel corso della mia breve analisi mi limiterò a fare un’introduzione alla serie in questione, e a spiegarvi le ragioni per cui personalmente mi sento caldamente di consigliarne la visione.
Megalo box è un anime originale uscito nella stagione primaverile di questo 2018, diretto da You Moriyama, sceneggiato da Katsuhiko Manabe e Kensaku Kojima, nonché prodotto dallo studio TMS Entertainment, lo stesso dietro la realizzazione della seconda stagione di “Ashita no Joe” nel 1980. Non si tratta di una coincidenza fortuita, infatti questa serie nasce proprio con l’intento di celebrare il cinquantesimo anniversario dell’omonimo manga. Sia che voi ne siate stati accaniti lettori in passato, o ne siate solo indirettamente semplici conoscitori, non sarà difficile rendersi conto delle innumerevoli citazioni volte ad omaggiare l’opera di Ikki Kajiwara(Asaki Takamori).
Mi prendo qualche riga per parlare un momento delle principali menti dietro questa serie, in modo da dare un’idea intorno a coloro che hanno fatto parte dello staff. Successivamente passerò ad una veloce presentazione della trama con relativo commento al mondo di Megalo Box. Se non siete interessati, passate pure al paragrafo successivo.

Lo Staff 

Partiamo col dire che il regista, Moriyama, si trova effettivamente davanti al suo primo vero incarico come direttore generale di un progetto televisivo di questa portata. Principalmente ha avuto diversi ruoli come Key Animator in singoli episodi di serie più o meno conosciute, ed opening quali, per esempio, la celeberrima sigla della prima stagione de “L’attacco dei giganti”. Va detto anche che è stato collaboratore di Takeshi Koike, lavorando come Character Design Assistant nei film “Lupin the Third: Jigen’s Gravestone” e “Lupin the IIIrd Chikemuri no Ishikawa Goemon”. Tenendo in considerazione questi presupposti, non mi ero fatto chissà quante aspettative sulle sue capacità, invece bisogna riconoscere quanto egli si sia rivelato pienamente all’altezza del compito. Per quanto riguarda i due sceneggiatori, ci troviamo davanti ad un vero e proprio esordio da parte di Kojima, mentre Manabe aveva in precedenza lavorato a due film su “Hokuto no Ken”. A conti fatti, nemmeno gli scrittori si presentano con un background tale da alimentare più di tanto le aspettative circa la serie (considerando unicamente i lavori legati al campo dell’animazione). Tutto ciò è molto importante, soprattutto se si va a prendere in considerazione a posteriori il prodotto finito. Viste le premesse, non posso che essere incredibilmente sorpreso del risultato!

La Storia

Non è mia abitudine, ed effettivamente è una cosa che proprio non sopporto, soffermarmi a parlare in maniera approfondita della trama e del suo sviluppo. In primo luogo perché essa è reperibile facilmente in molteplici modi, anche più rapidi della lettura di questo testo. Non trovo ci sia bisogno alcuno di mettermi a farne un copia incolla qui sotto. In ogni caso, i più curiosi potranno trovare il trailer a fine articolo, scorrendo un po’ più in basso. In secondo luogo, semplicemente non ritengo sia importante parlare concretamente dell’evoluzione della storia per fornirvi un valido motivo per guardarla. Farò giusto qualche accenno atto alla presentazione del contesto, ma nulla di più. Per i più timorosi di una qualsiasi forma di spoiler non c’è nulla da temere, state tranquilli.

La storia ruota attorno al ragazzo dai capelli sbarazzini che vedete nelle immagini qui accanto, tale JD(Junk Dog), il figlio illegittimo di Spike Spi…ehm, un pugile molto dotato, impossibilitato a cimentarsi ad un qualsiasi torneo non clandestino di boxe, poiché fondamentalmente sprovvisto di un “ID”, ovvero di un codice che certifichi la sua identità. Si potrebbe definirlo a suo volta un clandestino.

A discapito del suo talento, egli non può fare altro che partecipare agli incontri truccati organizzati dal suo secondo, Nanbu, il quale sembra non farsi troppi scrupoli riguardo i sentimenti e le ambizioni di JD, preoccupandosi per lo più del suo profitto. Sostanzialmente il nostro protagonista si ritrova incatenato ad uno status che non lo soddisfa, perché gli impedisce di raggiungere i suoi veri obiettivi e arrivare ad una condizione di soddisfazione personale. La storia parte da qui, nel momento in cui banalmente gli si presenta un’occasione per uscire dalla propria gabbia.

Riflessioni Generali

Partiamo subito dal presupposto che questo a mio avviso non è propriamente un anime sportivo(spokon) principalmente per due ragioni. La prima riguarda le modalità con cui la “megalo box” viene praticata, ovvero con l’ausilio del cosiddetto “gear”: un equipaggiamento utilizzato dai pugili in grado di aumentarne notevolmente le prestazioni che, a seconda delle caratteristiche del macchinario preso in esame, quindi in base alla qualità e alla sua struttura, variano in termini di potenza, velocità, stabilità et cetera. Ciò va ad influenzare in maniera drastica lo sviluppo di un match, dato che ne aumenta radicalmente il numero di fattori incontrollabili da parte dello sportivo in questione. Intendo tutta quella serie di elementi che vanno oltre l’abilità del pugile e che, a causa della natura stessa del gear, possono avvantaggiare o svantaggiare il suddetto in base alle proprie risorse economiche. Non è solo una questione di scelta, nel senso di saper valutare al meglio il proprio equipaggiamento. Sicuramente è uno dei fattori. Il problema risiede nel quanto effettivamente la propria condizione sociale precluda, di fatto, la possibilità di competere alla pari con gli altri. La stessa azienda organizzatrice dei principali tornei è produttrice di gear, di conseguenza ha tutto l’interesse nel pubblicizzare prodotti di estrema qualità, senza realmente preoccuparsi della sportività degli incontri. Anzi, in quest’ottica, più le loro creazioni si rivelano soverchianti, più il loro obiettivo può dirsi raggiunto.

In secondo luogo, non ho trovato la boxe così centrale nell’anime. Sicuramente è uno degli elementi principali, la vicenda ruota in parte attorno ad essa. C’è da dire però che ci troviamo di fronte ad modus operandi già visto, per esempio, in “Ping Pong the animation”. Lì il ping pong è soltanto un mezzo, uno strumento narrativo finalizzato al racconto e allo sviluppo dei personaggi, i quali evolvono intorno ad esso, riducendolo paradossalmente ad un elemento secondario. Non è importante che sia il ping pong in sé l’oggetto intorno al quale far ruotare lo sviluppo dei personaggi, ma che vi sia qualcosa a renderlo tale. Allo stesso modo, Megalo Box utilizza lo “sport” di riferimento come pretesto per raccontare una storia di crescita, maturazione ed autorealizzazione. JD è un ragazzo che lotta con le unghie e con i pugni contro il proprio status, allo scopo di raggiungere obiettivi a lui apparentemente preclusi per il semplice fatto di essere nato nel posto sbagliato al momento sbagliato. La storia mette in scena in primo luogo una lotta per l’autodeterminazione in eterno contrasto coi limiti della propria condizione sociale, e la boxe in tutto ciò è un mezzo, non un fine. Come ho detto prima, non è importante che essa sia di per sé il perno, ma che la vicenda vada in un certo modo per sviluppare i propri temi. Prima di essere una storia sulla boxe, è il racconto di un riscatto verso la società e verso se stessi. JD combatte per mostrare al mondo, e ancora prima a se stesso, il suo valore, fino a quel momento rimasto latente a causa delle costrizioni e degli impedimenti della sua condizione. In un certo qual modo si tratta anche di una lotta contro la propria natura.
“Un cane randagio rimane sempre un cane randagio”

È giusto che sia la totale contingenza, l’imprevedibile casualità della posizione sociale in cui nasciamo, a determinare chi siamo e chi possiamo diventare?

È giusto rassegnarsi al caso, o al “destino”, a seconda di come lo si voglia intendere, e smettere di lottare per ambire alla propria felicità?

Sono questi i quesiti posti silenziosamente da Megalo Box allo spettatore.

In questo scorcio si ha la prospettiva di un ragazzino intento ad osservare la maestosità di una città a lui così vicina in termini spaziali, ma a cui fisicamente difficilmente potrà ambire, in quanto relegato ad uno dei distretti poveri. In primo piano si trova il ragazzo che sembra sedersi su una rotaia e davanti a lui un crescendo di ricchezza e maestosità dovuti ad un progresso tecnologico da cui lui è evidentemente escluso.

In tutto quello detto poc’anzi, credo risieda il cuore di questa serie. Di fatto, riprende a piene mani la filosofia del manga che vuole omaggiare e la trasporta in una storia inedita.
A rafforzarne ulteriormente il messaggio, la celebre favola della rana e dello scorpione, raccontata oltretutto nel corso delle puntate, è emblematica degli interrogativi cui la serie ci sottopone.
Voglio rassicurare tutti coloro che potrebbero restare delusi dal mio aver descritto una boxe in secondo piano, perché comunque vi garantisco avrà il suo spazio. Uno dei temi principali dell’anime, benché chiaramente subordinato a quello sopra descritto, è sicuramente la ricerca della sportività, di “una vera megalo box”. Di questo però non vi anticipo nulla, non è necessario ai fini della mia breve analisi.

Finita la parte dedicata al “cosa” racconti Megalo Box, ci tengo a dedicare un piccolo spazio all’analisi del “come”. Tranquilli, non si andrà ad appesantire questo testo ammorbandolo di tecnicismi che potrebbero risultare poco interessanti ai lettori, ma ritengo necessario quantomeno un accenno ai punti forti di questa serie strettamente legati a regia, fotografia e colonna sonora.
Megalo box è quel genere di anime che non ha bisogno di spiegoni di sorta o narratori esterni sempre pronti a chiarire l’intento di ciò che viene mostrato a schermo. Uno degli aspetti fondamentali di qualsiasi produzione cinematografica è la capacità di ampliare il racconto mediante la regia e l’immagine. Da questo punto di vista, Megalo si eleva in mezzo alla miriade di produzioni televisive stagionali di questi anni di animazione giapponese, proprio grazie alla sua capacità di descrivere un contesto, quindi un ambiente narrativo, plausibile e solido. Un mondo che è in grado di parlare grazie al come viene mostrato. Per farla semplice, tra i temi principali ci sono proprio il contrasto tra la ricchezza e la povertà, la disparità sociale, la discriminazione, la frustrazione nata dall’aver una sfortuna, o un destino avverso, tale da relegare l’individuo ad una condizione che lo svilisce, e il tutto viene reso magnificamente da un’ottima fotografia più volte finalizzata a sottolineare questo contrasto. Nel corso degli episodi si alternano numerose panoramiche che mettono in mostra in ogni suo aspetto la doppia natura del mondo di Megalo Box: la società ricca e quella povera. In ogni campo, in ogni piano, sia esso ambientato in interni o esterni, la regia continuerà a comunicare a gran voce questa disparità. La città è viva e parla allo spettatore. Un modo, e forse una capacità, di costruire un’ambientazione credibile che mi ha ricordato quella perla di Cowboy Bebop, il quale riusciva, con pochi ma curatissimi ed eleganti movimenti di macchina, a descrivere alla perfezione l’ambiente di ogni singolo episodio, comunicandone insieme lo stato d’animo degli abitanti e le caratteristiche peculiari del posto.
Vi lascio qualche screenshot in modo da concretizzare il mio discorso

Tratta da una sequenza in cui dei ragazzini mettono in atto un vero e proprio furto. L’unico modo in cui potrebbero sopravvivere nella periferia allo sbando in cui vivono.


Tratto da una panoramica su asse verticale della città che ne mostra grossomodo una vista complessiva della parte più benestante e facoltosa .



Inquadratura più specifica della città



 

I combattimenti

Un altro punto decisamente a favore di Megalo Box è la sua regia, abbinata ovviamente al montaggio, la quale riesce a tirare fuori tutto il suo potenziale durante la messa in scena dei vari incontri. Moriyama dimostra di riuscire a gestire la dinamicità di un incontro di boxe sfoggiando un sapiente utilizzo di molteplici tipologie di inquadratura. Gli scambi di colpi vengono diretti principalmente dall’alternanza del classico campo-controcampo(talvolta con l’inserimento di soggettive per trasportare lo spettatore nella prospettiva di uno dei due contententi), e di campi lunghi o medi, in modo da fornire una prospettiva di più ampio respiro o da un punto di vista esterno al ring.
Nei momenti cruciali, non mancano primi piani su volto e gambe dei personaggi. Nel primo caso ad evidenziare lo stato d’animo del soggetto a seguito di un determinato accadimento, sia esso un colpo ricevuto o qualche fattore psicologico. Nel secondo caso, solitamente allo scopo di mostrare le modalità con cui il soggetto si sta muovendo nella scena o sta evadendo una serie di attacchi. Moriyama tende a voler inquadrare i giochi di gambe per lo più in due situazioni particolari: un importante spostamento dei soggetti all’interno del ring, oppure una schivata particolarmente virtuosa. Ci tengo a sottolineare anche l’ottima capacità dimostrata nel sapere gestire la tensione nelle scene in cui è maggiormente richiesta. Purtroppo, a mio avviso, ogni tanto le sequenze potrebbero risultare un po’ sottotono, soprattutto verso gli ultimi combattimenti, ma tenendo un giudizio orientato all’analisi del “complessivo”, bisogna riconoscere la validità del montaggio nelle situazioni di maggior pathos. Si alternano primi piani sul soggetto, spesso inerme a terra, e sui membri della sua squadra, soggettive tremolanti e sfocate, inquadrature dall’alto a mostrare la situazione generale del ring, veloci movimenti di macchina sul pubblico, e dettagli sul tabellone, con il conteggio dei secondi limite entro cui rialzarsi per non perdere l’incontro.







Due parole sulle ost

Rimane da parlare della colonna sonora(ost), anche se sinceramente non ho moltissimo da dire a riguardo. Le varie musiche sono state composte da Mabanua. Sicuramente è stato una scelta piuttosto interessante e alternativa rispetto a quello che ci si aspetterebbe dall’omaggio a quello che ormai è un classico del fumetto giapponese, ed è anche in generale piuttosto atipica rispetto a ciò a cui ci ha abituato l’animazione televisiva. Una soluzione riuscita, a mio avviso. Si è rivelata perfetta per dare una tonalità di nuovo, fresco e pop a un’opera che riesce a richiamare il “vecchio” senza disdegnare il “nuovo”. Confesso di averla trovata molto azzeccata, nonostante io non sia un amante del genere. Complice anche una sapiente gestione del “momento”, ovvero del come e del quando sono state inserite.

Tirando le somme

In conclusione, Megalo Box è una serie secondo me davvero meritevole. Si possono riscontrare alcuni difetti di carattere narrativo(evitando spoiler non mi è possibile argomentare su questo punto), momenti un po’ sottotono, situazioni dalle tempistiche talvolta frettolose, ma complessivamente siamo davanti ad una piccola perla. Potrebbe forse risultare leggermente fastidiosa l’impostazione fortemente schematica degli episodi, che si rivela essere un alternarsi di episodio pre incontro- episodio dell’incontro, episodio pre incontro- episodio dell’incontro. C’è da dire che anche solo il lato estetico di Megalo potrebbe essere sufficiente a consigliarne la visione. In più siamo davanti ad una storia complessivamente ben scritta ed avvincente, ergo obiettivamente non vedo alcun motivo per non consigliarlo.

Vi lascio al trailer, alla opening e alla ending, nel caso foste interessati.


 

 

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